“Gëzim Hajdari con la sua opera sta universalizzando l’essere stesso del migrante. La precarietà, la solitudine, l’emarginazione come situazione della migrazione individuale è il canto che si sprigiona dalla poesia del poeta di origine albanese. Dante aveva universalizzato la pur reale condizione della lontananza dalla sua patria, trasfigurandola come lontananza del singolo dalla gloria e dalla salvezza eterna, dal Paradiso; Hajdari ha universalizzato, invece, la necessità dell’abbandono e della lontananza da qualcosa di prettamente terreno. In Dante l’esilio, l’attaccamento alla patria terrestre, viene scavalcato dalla vita eterna; in Hajdari, l’esilio conduce al superamento di ogni legame con un territorio terrestre lasciando l’uomo senza altro territorio se non il proprio corpo. È la condizione dell’orfano perenne che deve contare sulle proprie forze per sopravvivere, senza alcuna adozione.
Il paragone con Dante potrebbe sembrare eclatante, ma a quanto mi è dato di conoscere, difficilmente nella storia italiana o addirittura nella letteratura mondiale, è rintracciabile un poeta capace di universalizzare la situazione dell’esilio e dello spaesamento così come avviene in Hajdari”.
Raffaele Taddeo
Gëzim Hajdari è un poeta e traduttore albanese naturalizzato italiano. Ampiamente riconosciuto come uno dei maggiori poeti del nostro tempo, ha pubblicato numerose raccolte poetiche e libri di viaggio. Scrive in albanese e in italiano. Con Besa ha pubblicato Stigmate, Spine Nere, Maldiluna, Peligòrga, Corpo presente e Poesie scelte 1990-2020. È vincitore di numerosi premi letterari. Tradotto in molte lingue, la sua opera è oggetto di studi accademici in diverse università del mondo. È cittadino onorario per alti meriti letterari della città di Frosinone.

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